Giovedì, 14 luglio alle ore 19.30 in Piazza D’Andrano, Raffaele Nigro presenterà “Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway”.
L’incontro, inserito nella rassegna “Luglio 2011 a Gioia – Incontri e riflessioni nelle piazze e negli archi del paese” è organizzato dall’Assessorato alla Cultura in collaborazione la Biblioteca comunale “Angelilli” e la libreria “Minerva”.
E sarà il titolare di quest’ultima, Tommaso Lillo, dopo i saluti del sindaco Piero Longo e una breve introduzione curata da Lucio Romano, a dialogare con l’autore.
“Un racconto pieno di dicotomie, luce/buio, nord/sud, presente/passato, che però vogliono incontrarsi…”, così il romanzo viene definito da Lea Durante.
La trama vede protagonista lo stesso Raffaele Nigro, in viaggio con la scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano, dopo l’esclusione da un concorso letterario. Un viaggio in cui la Pivano ed Hemingway “sono simboli di un altrove, della cultura novecentesca, di un modo di guardare alla storia, laddove il mammut rappresenta la memoria.”
E sono davvero numerose le simbologie e i rimandi culturali del romanzo, dallo stessso autore definito “in polemica con una linea letteraria minimalista e astorica (incarnata da Ernest Hemingway) che narra il presente in frammenti […], un’opera tesa da esaltare il barocco meridionale”.
“Per molti anni – dichiara Nigro - fummo con Fernanda Pivano nella giuria del premio Piero Chiara organizzato dal comune di Varese, con noi c’erano Michele Prisco che ne era presidente, Gino Montesanto,Tano Citeroni e Federico Roncoroni. Ci si vedeva più volte in un anno e nelle pause si parlava di tutto. Nanda ci raccontava degli amici americani, scrittori che aveva tradotto per il pubblico italiano e tra questi Hemingway, della loro amicizia e della crisi profonda nella quale lui era caduto a partire da una certa data. Hemingway mi appariva un titano. In qualche misura mi sentivo vicino allo scrittore americano, i cui desideri e le cui ansie trovavo sintetizzate in un vecchio successo di Vasco Rossi, “Vita spericolata” e che sentivo vicino al mio “rincorrere la vita”. Nel 2005, durante uno dei miei viaggi a Venezia per il Campiello, andai a pranzo in un ristorante della Giudecca. L’oste ci ricordò che Hemingway era stato più volte da lui a pranzo e che una o due volte lo aveva visto seduto sulle scale, sotto la pioggia e con la bottiglia del whisky in mano. Ci disse che gli aveva fatto pena quell’uomo straricco e baciato dalla fortuna letteraria, così piegato ai capricci della vita. Parlammo di un demone vivo nella sua famiglia, lo stesso che aveva procurato già altri lutti e guai e che aveva portato anche alla morte della bellissima Margot. Tutto questo prese lentamente corpo nella mia mente, finché non costruii una trama nella quale Ernest Hemingway diventava protagonista e dove si verificava una sorta di transfert tra me e lui. Ernest veniva in Italia a metà degli anni cinquanta su invito di Fernanda Pivano, per partecipare a una battuta di caccia specialissima. Fernanda aveva sentito da Ernesto De Martino che nell'Italia meridionale, tra Puglia, Calabria e Lucania, esistevano ancora dei mammut e che si poteva dare loro la caccia. Una notizia straordinaria della quale mette subito a parte l'amico americano. Hemingway era malato, stanco, in piena crisi. Tuttavia accettò di venire nel vecchio continente, sperando in una ripresa d’umore e di vitalità anche fisica. Attraverso una giovane antropologa dell’Università di Napoli, scopre che c’è spazio per i sogni fino all’ultimo momento della nostra vita e che l’amore è la molla più robusta che la natura abbia creato. E scopre anche che i mammut non sono soltanto degli animali preistorici ma una me
tafora della vita. Mammut sono le storie che si raccontano nelle campagne e nelle città d’Italia, i ricordi, le memorie in via di sparizione. Mammut sono i paesi smottanti dell’Appennino, i centri storici abbandonati dalle nuove generazioni attratte dalle metropoli. Mammut sono i grandi sentimenti e sono i nostri anni che incalzano e ci incanutiscono”.
“La scoperta della memoria, della storia e del passato – continua Nigro - fa balenare nella mente di Hemingway anche una diversa concezione della scrittura. Forse ha inseguito l’epica, ma ha dato troppo peso a una dialogica di chiacchiera. Ha gettato le basi per quella scrittura minimalista a cui le generazioni del tempo televisivo si sono affidate. Ernest mi offre dunque il destro per una riflessione di poetica che mi tocca molto da vicino, la necessità di un narrare per tempi lunghi e una ripresa dell’epica che negli ultimi trent’anni almeno in Italia è stata mortificata, in nome della narrativa di genere e del minimalismo”.
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