Giovedì 17 febbraio, presso il Teatro “Rossini” di Gioia del Colle, Francesca Reggiani, Rodolfo Laganà e Francesco Pannofino hanno interpretato “Ladro di razza”, scritto da Gianni Clementi con la regia di Stefano Reali.
La tragicommedia, ispirata al neorealismo cinematografico, è ambientata nel 1943, gli anni tinti di rosso della Seconda Guerra Mondiale che hanno visto decimare la popolazione ebraica. Sembra difficile accostare questa singolare tragedia
umana al termine “commedia”, ma la comicità dei tre celebri attori si inserisce laddove socialisti ed ebrei, anche nella realtà, siano stati pervasi da sentimenti che si muovono in tutte le direzioni, anche in chiave ottimistica vedendo in primo piano l’amore e la speranza in un futuro migliore.
Tiberio, un truffatore e “sognatore” appena uscito dal Carcere di Regina Coeli (Roma), per sfuggire alle grinfie di un usuraio il cui soprannome non lascia grande spazio ad altre interpretazioni, “Atto di Dolore”, trova rifugio nella baracca fatiscente del suo amico Oreste, onesto operaio nelle fornaci di Valle Aurelia, invadendo la sua vita come un fulmine
a ciel sereno.
Tiberio incaricato da Oreste, a sua volta occupato in un appuntamento galante, deve consegnare al contabile i conti della fornace. Il destinatario del registro si rivela una ricca e solitaria ebrea, Rachele, che il truffatore seduce con l’intento di derubarla. Una volta conquistata pianifica, con il suo amico corrotto Oreste, il furto.
Dopo aver somministrato a R
achele una dose consistente di sonnifero che la farà cadere in un sonno profondo, le svaligia l’appartamento, ma al momento della fuga si trova intrappolato tra le mura di quel palazzo: i nazisti hanno dato il via al rastrellamento degli ebrei del ghetto romano.
Oreste è il primo ad abbandonare la vita sotto i fucili tedeschi, pagando il prezzo di un azione estranea all’esistenza da lui condotta fino ad allora, e Tiberio, cosciente di non avere più vie d’uscita, rientra in casa. La scena conclusiva ritrae Rachele add
ormentata sul divano e Tiberio che le si avvicina pronunciando una battuta di estremo e straziante dolore, che esula dalla trascinante comicità di tutta la vicenda, nella quale si dichiara ebreo, impotente alla ferocità nazista.
La morte di Rachele e Tiberio non è esplicita, ma si lascia intendere dalla drammaticità di questo finale illuminato dalla proiezione a tutto campo di immagini reali delle crudeltà di quei tempi, caricate emotivamente dalla sonorità delle armi e delle voci tedesche.
La scenografia mobile apre in alternanza i due ambienti in cui si anima la scena: la catapecchia di Oreste, essenziale, con un materasso da cardire, due sedie, un tavolo,
una candela e “una patata”; e l’abitazione di Rachele, accogliente, ricca di argenti e quadri,un caminetto, un divano, vivande e delizie a volontà.
Il pubblico ha apprezzato per tutta la durata dello spettacolo la macchietta romanesca, rispondendo con ardore alle battute dei tre attori, sino allo straniamento in un finale che sembra catapultare lo spettatore dalla leggerezza della commedia, alla tragicità di quella realtà, che ancora oggi ci lascia inermi, spazzando via tutto ciò che era avvenuto sul palco un istante prima.
Un sentito ringraziamento a Mario Di Giuseppe per il suo costante contributo fotografico.
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caro EVVIVA se piero longo è caduto fatti delle domande... - PRIME SCINTILLE: BOTTA E ...
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