“Delitti a Gioia nell’Ottocento”, nove racconti, nove cronache “noir”, nove ricerche storiche documentate con cura, narrate con stile reso ancor più agile ed accattivante da un’innata, sapiente “ars oratoria”, la stessa con cui Leonardo D’Erasmo da sempre affascina il suo uditorio.
In ogni delitto, dal più efferato al più romantico, la “tensione” narrativa resta alta, così come l’urgenza di conoscere i fatti anche quando “la colpevolezza” è annunciata nel titolo o suggerita dal profilo dei protagonisti, talvolta con sottile ed arguta ironia, tal altra lasciando trapelare il proprio pensiero.
Nel riferimento agli accadimenti del 1799 D’Erasmo afferma - in netta contraddizione con altre pagine di storia che sottolineano la presenza di forti ideali, reiterati negli anni da uno spirito patriottico indomito - che fu “il pretesto dello scontro ideologico fra liberali e sanfedisti” a portare sul rogo Filippo Petrera, Biagio e Giuseppe Del Re, Donato Antonio Losito ed alla morte Nicola Basile, Giuseppe Calabrese e Marcellino Buttiglione. All’origine di tanto sangue versato, a suo dire, “odi personali e di famiglia” e lotte di potere.
E’ pur vero che attenersi ai fatti, senza voli pindarici, sterilizza il racconto, vestendolo di un rigore scientifico molto "storico", ma poco coinvolgente.
Diversamente, la tecnica narrativa diventa “preziosa” quando l’autore si distacca dalla narrazione pura e semplice dei fatti e senza perdere in nitore e fluidità, cede alla tentazione di inserire intarsi storici e preziose fonti che ne accreditano i contenuti.
E’ il caso di “Un’insolita denuncia”, riferita ad una vicenda datata 13 settembre 1862. Lucrezia Capotorto, sedotta da Domenico Diomede, figlio del suo datore di lavoro, mette al mondo un bimbo ritrovato morto, nudo e raggomitolato in
un contenitore di creta (di peuceta memoria) tra lo sterco e il fogliame di un podere.
Gli inquirenti dell’epoca decretarono la sua assoluzione, nonostante i dottori affermassero che il bimbo fosse nato vivo e fosse stato poi soffocato.
Nel capitolo suddiviso in “fatti”, “retroscena”, “contesto”, “luoghi” e “tempo”, compaiono dati ed intuizioni storiche di estremo interesse: la presenza della “ruota degli esposti” in prossimità dell’Arco Paradiso ed in seguito dislocata presso il Convento dei Riformati, utilizzata per affidare ai religiosi i trovatelli nel totale anonimato, ne è un esempio.
Questa tesi, infatti, depone a favore dell’imputata che abitando nei paraggi, avrebbe potuto affidare il suo bimbo alle istituzioni, traendone persino vantaggio (esisteva il baliaggio per le donne che “adottavano” il neonato), inoltre il reddito della puerpera e della sua mamma risultava essere inferiore a sei ducati (pur essendo in uso le lire), e ciò attestava il loro status di lavoratrici oneste.
Nota di colore, la pettegola del vicinato, ovvero Maddalena Favale, informata di tutti e su tutto, invadente al punto da presentarsi in casa della Capotorto per verificarne il "parto clandestino" e poi testimoniare quanto visto, ovvero "sangue ovunque" ma nessun neonato nei paraggi.
Nascono così pagine indimenticabili nelle quali si intrecciano storia, cronaca, spaccati sociali, economici e culturali di epoche solo apparentemente distanti.
Tradimenti, maldicenze, delazioni, interessi politici trasversali, affarismo, complicità, persino "coppie scoppiate", connivenze e assoluzioni “concordate” sono nelle cronache giudiziarie e nei "gossip" dei nostri tempi, eppur già compaiono in “Cronaca di una morte annunciata”, quella del notaio Vincenzo Taranto, in un surreale scenario di ordinaria vita paesana.
Uno spaccato sociale descritto a tinte forti, con nomi, cognomi, professioni, vizi e virtù profferti con sapida cronaca e ritmo incalzante.
In ogni narrazione alcuni dettagli svelano l’indole investigativa dell’autore, la capacità di fare “cifra” e collegare il detto e il non detto sul filo della storia, con incursioni “scientifiche”.
E' il caso de “La sorella del giudice” (1840), nelle cui pagine vengono ricordate le tecniche di tumulazione verticale, il riconoscimento del cadavere grazie agli abiti mortuari indossati, alla capigliatura fluente...
Si rilevano, inotre, i veleni presenti nei tessuti necrotici con metodi empirici di chimica "spicciola", ponendo, ad esempio, una moneta di rame nei fluidi corporei trasudati (se diventava bianca, si era in presenza di arsenico) ed altro ancora: ricostruzioni di traiettorie balistiche, posizione dei corpi, antesignane competenze da "criminal minds" ed ottocenteschi R.I.S.
“Delitti a Gioia nell’Ottocento” si rivela, quindi, un compendio di cronache storiche di estrema sintesi, ricco di spunti di riflessione che invitano e a tratti incitano ad urgenti, ulteriori approfondimenti.
I delitti si rivelano trama e ordito di un leitmotiv "collante", che cuce le parti e cattura l’attenzione e “l’ascolto attivo” del lettore, cui le pagine letteralmente “parlano”.
Un'opera da non perdere e conservare con cura, che ben si presterebbe ad una produzione televisiva di successo, un perfetto mix di storia, suspsense e intrigo... restituendo "all'etere" e agli studi televisivi l'immagine di D'Erasmo che in passato, sia pur in altra "veste", ne sperimentò l'ebbrezza.
Una nota di merito a Roberta D'Erasmo, criminolaga ed affettuosa figlia, autrice di una prefazione davvero acuta ed accattivante, ben più preziosa di firme di grido, in quanto scritta con la mente ed il cuore per un geniale scrittore "indolente", che tanto stilisticamente ricorda.
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altro gioiese lei è molto informato, perchè non affront... - PRO.DI.GIO.: “NO AD ALLEA...
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Ma i controlli a chi gestisce condomini mai? sono sicur... - PRO.DI.GIO.: “NO AD ALLEA...
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