Il 25 aprile si è riunito a Cassano il nucleo promotore di un costituendo comitato per la celebrazione del 150° anniversario dell’Unità Nazionale, ne fanno parte liberi cittadini pugliesi tra cui storici, scrittori, docenti, avvocati, ingegneri, accademici… professionisti di varia competenza che hanno scelto, stilando un programma anch’esso dalla denominazione provvisoria “Puglia, Italia Europa - Dall’Unità alla Comunità”, di sensibilizzare l’opinione pubblica e le nuove generazioni sui valori fondativi dell’unità nazionale e del moderno Stato di diritto, ripercorrendo e valorizzando l’epopea risorgimentale, iniziata nel Mezzogiorno con

Il recupero delle ragioni dell’unità come presupposto della comunità - all’insegna dei principi universali di libertà, eguaglianza e solidarietà sociale - passa attraverso l’impegno concreto di associazioni e persone di buona volontà nella realizzazione di eventi vari: studi, ricerche, visite ai luoghi della memoria, mostre, rappresentazioni sceniche, concerti musicali, opere multimediali, convegni, incontri con scolaresche ed altro ancora.
A presiedere provvisoriamente
il nucleo la scrittrice e giornalista Bianca Tragni.
Chi voglia aderire all’iniziativa, anche partecipando a pieno titolo alla fase costituente del Comitato, può scrivere alla sede provvisoria del Nucleo promotore in Bari alla strada Boccapianola 15, ubicata presso il Comitato provinciale dell’Istituto per
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Commenti
4 soldi e si chiudono occhi ed orecchi.
poi non ci riescono a credere che al SUD si potesse essere superiori agli altri in quasi tutti i settori.
ed infine non ci possono credere che ancora la politica odierna è atta a distruggere quel poco che rimane della nostra terra.
Poche parole per fare a capirci.
le rivolgo due domande che sicuramente resteranno senza risposta.
Lei è massone? Qual è la sua loggia di appartenenza?
posto (naturalmente ben retribuito). Ecco che la periferia intellettuale composta dalle varie : giornaliste,scrittrici,prof.sse,filosofe,presidi,etc cercano di formare un comitato regionale possibilmente foraggiato dalla regione Puglia o da qualche altro ente. I " galantuomini" sono una progenie che non muore mai.
Gentilissima Signora Letizia,
qui non si tratta di essere sudditi o cittadini, ma di amare e ricercare la verità.
La prego, pertanto, rilegga attentamente i miei commenti e, soprattutto, si documenti sulle fonti da me citate; probabilmente si troverà un po’ meno in disaccordo con me.
In conclusione, io credo che fino a quando non si riconoscerà ed ammetterà, coram populo (e, soprattutto, nei testi scolastici!), che i cc.dd. padri della patria hanno commesso dei veri e propri misfatti in danno del Sud, gli Italiani tutti non potranno essere veramente uniti da una storia condivisa. Un popolo non può prendersi in giro sulla propria storia: e noi Italiani tutti non possiamo continuare a prenderci in giro con una storia farcita di menzogne!
Voglia gradire i miei più distinti saluti.
Dai menzionati documenti, si rileva inequivocabilmente che «Il Piemonte era pieno di debiti; il Regno delle Due Sicilie pieno di soldi... i titoli di stato del primo, alla Borsa di Parigi, quotavano il 30 per cento in meno del valore nominale; quelli del secondo, il 20 per cento in più... al Sud, con un terzo della popolazione totale, c’era in giro il doppio dei quattrini che nel resto d’Italia messo insieme. L’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza, ma la ragione dell’Unità d’Italia.... “o la guerra o la bancarotta” scrisse il deputato cavouriano Pier Carlo Boggio, nel 1859, nel libretto “Fra un mese” ...”il Piemonte è perduto” conclude, dopo averne analizzati o bilanci, un giornale dell’epoca, l’Armonia (fra i suoi fondatori Gustavo Benso, fratello di Cavour), “le sue finanze non si ristoreranno mai più”: lo ricorda Angela Pellicciari in “L’altro risorgimento”. Ma, compiuta l’Unità, si fece cassa comune (una piena, l’altra vuota) e con i soldi del Sud si pagarono i debiti del Nord: al tesoro circolante dell’Italia unita, il Regno delle Due Sicilie contribuì con il 60 per cento dei soldi, la Lombardia con l’1 e uno sputo per cento, il Piemonte con il 4 (ma oltre la metà del debito complessivo). Negli stati via via annessi alla nascente Italia, appena arrivavano i piemontesi, spariva la cassa; ma nulla di paragonabile alle razzie e ai massacri compiuti al Sud. Gli unitaristi videro realizzato il proprio sogno (i superstiti... ché in diciassette anni di regno di Carlo Alberto, riferisce Lorenzo Del Boca, in “Indietro Savoia!”, furono giustiziati più patrioti dal Piemonte che dall’Austria tiranna e sanguinaria); qualche altro ne pagò il prezzo, i furbi riscossero.
(continua)
se Lei avesse letto con attenzione il mio commento del 9 maggio, non avrebbe certo formulato la domanda: «l'unità nazionale è stata un fatto positivo, necessario, profondamente innovativo nella storia del nostro paese, oppure no?», perché ho ivi ben chiarito il mio pensiero che, in questa sede, ribadisco. L’unità d’Italia, non solo è stata un fatto positivo, ma era anche necessario che venisse realizzata! Quello che, invece, si critica sono le modalità con le quali la Penisola è stata unificata; cioè, con l’asservimento dei popoli d’Italia alla politica accentratrice dei Piemontesi, attraverso le aggressioni armate, i bombardamenti spietati, i massacri crudeli, le leggi speciali, i tribunali militari, le fucilazioni senza processo, i saccheggi e le ruberie, i plebisciti truffaldini.
Per quanto riguardò il Regno delle Due Sicilie, è innegabile che si trattò di un’invasione in piena regola, senza una formale dichiarazione di guerra, nonché di un conflitto fratricida che si protrasse per oltre 10 anni! Milioni di italiani del Sud, ridotti alla fame e alla disperazione, furono costretti a lasciare la propria terra, dando luogo ad una delle più forti emigrazioni della storia che, per essersi rivolta in ogni dove, fu una vera e propria “diaspora”. Il tanto vituperato “malgoverno” dei Borbone non aveva mai spinto il tanto “commiserato” popolo ad espatriare; cosa, invece, accaduta in maniera quantitativamente terrificante con i Savoia.
Lei definisce poi “nostalgici” coloro che, amando la propria Terra, cercano di recuperare la memoria storica di un popolo tanto vilipeso e l’orgoglio meridionale perduti, raccontando quella verità nascosta, negata, proibita per 150 anni.
No, gentile Signora Letizia, io non sono, sic et simpliciter, un “laudator temporis acti”, ma un onesto ed orgoglioso meridionale che basa le proprie affermazioni su quanto emerge da documenti inoppugnabili, che sono stati ignorati od in mala fede occultati – e lo sono ancora! – dagli storici e dai cattedratici ufficiali. Infatti, se Lei prova a rileggere i miei commenti, noterà le numerose citazioni delle fonti storiche alle quali ho attinto le notizie riferite; La invito, pertanto, a consultare quelle fonti e, probabilmente, si renderà conto che anche Lei, come me e tutti coloro che hanno studiato la storia sui libri della scuola italiana, è stata presa in giro!
(continua)
Ritengo invece che il presupposto da cui si dovrebbe partire mettendo da parte giudizi e pregiudizi, stia nell'interrogarci sull'apprezzamento di un elemento fondamentale della nostra storia contemporanea: l'unità nazionale è stata un fatto positivo, necessario, profondamente innovativo nella storia del nostro paese, oppure no?
Bisognerebbe dare, prima di tutto, una risposta a questo quesito. Chi accettasse questo interrogativo come presupposto e, soprattutto, chi accettasse come presupposto fondamentale una risposta positiva alla domanda di cui sopra, dovrebbe poter partire da questo punto, per poter giudicare tutto il resto.
L'unità nazionale è stata un momento di enorme importanza per la storia del paese. Senza questo fenomeno, senza questa realizzazione, che è stata dura difficile e dolorosa, il nostro paese sarebbe rimasto ai margini della storia europea e della civiltà occidentale, in generale, mantenendo tutta la sua frammentazione, il suo provincialismo, la propria arretratezza.
In poche parole non sarebbe stata una nazione libera dagli stranieri.(Spagna, Austria, Vaticano) Non sarebbe stata Italia Unita.
Una cittadina non suddita
Premesso che non sono una storica ma una cittadina fiera di appartenere ad una nazione repubblicana e parlamentare fondata su di una costituzione tra le più avanzate d’Europa, resto io sì assolutamente esterrefatta di fronte a questi signori “laudatores temporis acti”, che presentandosi come detentori di verità assolute (il che già dice molto sulla loro capacità di dialogo e di ascolto) trinciando giudizi sommari, vagheggiano di un’età dell’oro del nostro Sud.
Costoro si ergono a strenui difensori di una dinastia assoluta straniera quale senza dubbio era quella degli “illuminati” (sic!) Borbone la cui secolare esistenza (2 secoli per la precisione, frutto di politica di conquista e di dominio sulle popolazioni del meridione d'Italia) se non fosse stata brutalmente interrotta dal bandito Garibaldi con i suoi mille e rotti straccioni e dalla cricca piemontese dei vari Cavour, Mazzini(menti visionarie che cianciavano di liberi stati Europei) insieme a quel reuccio di Vittorio Emanuele di Savoia, sicuramente avrebbe assicurato alle popolazioni del nostro Sud altri lunghi secoli di pace lavoro prosperità senza emigrazioni e senza banditismo, orgogliosi di essere sudisti e soprattutto sudditi Borbonici. !!!!
…. Continua…
a conclusione del ricco scambio di idee avvenuto fra noi, La ringrazio vivamente, perché ho capito che:
- chi vince ha sempre ragione e chi perde ha sempre torto;
- le menzogne dei vincitori sono verità e le verità dei vinti diventano bugie;
- i vincitori non sbagliano mai, i vinti sbagliano sempre;
- il diritto della forza dei vincitori prevale sulla forza del diritto dei vinti;
- la violenza del vinto è barbarie, quella del vincitore è un atto di civiltà e di democrazia;
- chi ha collaborato con i vinti (il brigante) è un traditore, chi ha collaborato con i vincitori (il giacobino filo-francese del 1799 od il generale borbonico che si è fatto corrompere dall’oro piemontese) è un eroe;
- i vincitori hanno il diritto di infierire sui vinti, denigrandoli, disprezzandoli, demonizzandoli, derubandoli, stuprando le loro donne, massacrandoli, mentre ai vinti, ai quali non viene concesso nemmeno l’onore delle armi (violando, quindi, qualsiasi convenzione militare!), è negato anche il diritto alla legittima difesa, perché sono briganti;
- i vincitori possono impunemente cancellare la memoria di un popolo vinto, manipolando, adulterando e falsificando la sua storia;
- allorquando ad una rivoluzione partecipano le masse, queste vengono nobilitate e chiamate “popolo”, mentre, allorquando le masse sono contrarie alla rivoluzione, vengono infamate ed appellate “plebi”, “volgo”, “lazzaroni”;
- il risorgimento nel Sud d’Italia non è stato un movimento di popolo (democratico), bensì un fatto di élite: il popolo meridionale era infatti “lazzarone”, perché contrario alla rivoluzione;
- l’invasione, senza dichiarazione di guerra, di uno Stato neutrale, se attuata dai vinti (Hitler o Saddam) è da condannare perché viola il diritto internazionale, ma se è opera dei vincitori (Cavour e Vittorio Emanuele II) è da celebrare in quanto è stata realizzata da un genio della politica e da un grande stratega militare;
- la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza, infine, possono essere “democraticamente” imposti con la violenza e la forza delle armi, alla faccia della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.
La ringrazio per la cortese attenzione, per la Sua preziosa lezione di Storia (che mi ha fatto ben capire tutto quanto testé enunciato) e La saluto distintamente.
Al contrario, a Vicenza, ogni anno il Comune depone, in nome del popolo italiano, inclusi i cittadini di Pontelandolfo e Casalduni, una corona dinanzi alla lapide che ricorda il colonnello Pier Eleonoro Negri, peraltro decorato da Vittorio Emanuele II con una medaglia d’oro al valor militare e due medaglie d’argento!!!
Egregio Signor Mottola (dal Suo cognome penso che Lei sia meridionale come me), nell’apprendere queste notizie (che certo non troverà nei “suoi” libri di storia!) non si indigna, come sono indignato io?
Carcere a vita per Reder, Kappler, Priebke e medaglia d’oro per Negri che, come loro e più di loro, fece massacrare italiani inermi per rappresaglia. Lei cosa direbbe se, ogni anno, qualche comune italiano deponesse una corona d’alloro sulla tomba o dinanzi ad una lapide di Reder, Kappler o Priebke?
E’ senza dubbio giusto ricordare la Shoah, Marzabotto, le Fosse Ardeatine, ma credo sia altrettanto giusto che la cosiddetta “Giornata della memoria” non lasci nel dimenticatoio i tanti genocidi che la follia del genere umano ha perpetrato nei secoli e di cui, ancor oggi, si sente parlare poco o per nulla.
Pertanto, gridare forte «viva il risorgimento» l’anno prossimo non basterà a cancellare le nefandezze commesse ai danni dei meridionali; durante le relative celebrazioni, qualcuno abbia la sensibilità di ricordare le vittime del Sud, perché è col loro sangue e con i loro soldi che si è fatta l’Italia.
Il Sud ha bisogno di ritrovare quella Giustizia e quella Dignità che i vincitori del 1860-61 gli hanno negato per esaltare la corruzione, il tradimento, la falsità.
E, pertanto, si dica la verità, solo la verità, nient’altro che la verità!
Voglia gradire i miei più distinti saluti.
L’ordine di tale “eroica azione militare” fu impartito dal colonnello Pier Eleonoro Negri, in esecuzione di direttive che il medesimo ufficiale aveva ricevuto dal generale Enrico Cialdini. Dei paesi assaliti non restò una sola pietra in piedi, come orgogliosamente rivendicò Pier Eleonoro Negri in un telegramma al Comando Generale: «Giovedì 15 agosto 1861. Ieri all'alba, giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora». Non contro i ribelli, i briganti che avevano precedentemente massacrato alcuni soldati piemontesi, ma contro i paesi, la gente inerme, le case, gli animali.
Quanti morirono a Pontelandolfo ed a Casalduni? C'è chi dice 600, chi 1000, chi molti di più: il comando piemontese si è sempre rifiutato di fornire le cifre esatte. Molte famiglie furono interamente sterminate e nessuno ne denunciò la scomparsa. Coloro che avevano parenti uccisi si guardavano bene dal denunciarne la morte: in quelle circostanze equivaleva ad autodenunciarsi e rischiare la fucilazione o l'imprigionamento. I parenti venivano considerati tutti complici. Nei giorni successivi l'opera fu completata con i rastrellamenti, le fucilazioni sul posto, i processi sommari, la galera.
Fu una strage in tutto simile, per efferatezza, a quelle di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine, di cui veniva anticipata la dinamica: i partigiani uccidono i soldati in un atto di guerriglia (ma lì era ancora vera e propria guerra) e la vendetta cade sulla popolazione inerme.
Di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine si è discusso a lungo e, giustamente, la memoria di quegli eccidi deve essere sempre tenuta viva, per evitare che si ripetano simili orrori. Su Pontelandolfo e Casalduni è caduto il silenzio e la menzogna. I responsabili di Marzabotto e delle Fosse Ardeatine sono stati individuati e condannati, quelli di Pontelandolfo e Casalduni sono stati coperti, promossi, premiati, innalzati tra i cittadini più illustri della patria. Per aver stuprato, ucciso, saccheggiato, incendiato le case e distrutto le vite di donne, bambini, vecchi, preti, contadini, persone praticamente inermi. In particolare, il boia di Marzabotto, Walter Reder trascorse quasi tutto il resto della sua vita in carcere, a Gaeta; e così il responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, colonnello delle S.S. Herbert Kappler; Erich Priebke, rintracciato in Sud America nel 1994, fu estradato in Italia e condannato. Fine terza parte.
Egregio Signor Mottola,
sono anche d’accordo con Lei sul fatto che i cc.dd. briganti non fossero tutti degli stinchi di santo, ma Le rispondo con quanto riportato in una recentissima opera storica sul risorgimento al Sud: «...le letture non scolastiche di storia fecero sapere anche a me che l’Unità d’Italia a spese del Sud non debellò il “brigantaggio”, ma lo generò, quale fioritura opportunistica di delinquenti in una stagione di grande illegittimità e confusione; come una guerra civile, fra cafoni derubati delle terre demaniali liberamente coltivabili e i galantuomini che le avevano usurpate; e come guerriglia di ex militari napoletani, patrioti e cittadini che non accettarono la fine delle libertà, del benessere e dei diritti (pur criticabili per quantità e qualità, come sempre, ovunque) goduti sotto il re Borbone delle Due Sicilie e sostituiti da un regime di terrore, spoliazione e arbitrio: quel “sistema di sangue”, secondo Nino Bixio, il vice di Garibaldi, “inaugurato nel Mezzogiorno” da occupanti che parlavano francese o dialetti mai uditi. Soldati del re napoletano, sudditi legittimisti, cafoni impoveriti e veri briganti finirono insieme e questo li rese, per l’invasore e i suoi libri di storia, tutti briganti.» (Pino Aprile, “Terroni”, Ed. Piemme, Milano, 2010, pag. 28)
Credo che la sopra riportata analisi di Pino Aprile sia intellettualmente molto più onesta di quelle che leggiamo sui testi di storia ancora in uso – e, speriamo, per poco ancora – nelle scuole italiane di ogni ordine e grado.
Ma il punto è un’altro.
Recentemente sono venuti alla luce molti documenti inoppugnabili (che Benedetto Croce, Denis Mack Smith e Giovanni Spadolini non hanno potuto consultare), che descrivono con dovizia di particolari le efferatezze compiute dagli invasori sabaudi contro le inermi popolazioni del Sud.
Particolarmente interessante è il diario del bersagliere Carlo Margolfo, il quale partecipò alla rappresaglia piemontese a Pontelandolfo e Casalduni, paesi del beneventano, assaliti e rasi al suolo all’alba del 14 agosto 1861. I militari piemontesi, anziché inseguire i cc.dd. “briganti” preferirono assalire i due paesi «con le baionette innestate, sparando a qualsiasi cosa si muovesse. Sfondarono le porte delle case, stuprarono le donne, le fucilarono insieme ai bambini ed ai vecchi. Il parroco fu assassinato davanti alla chiesa. Le case furono saccheggiate e poi date alle fiamme con gli abitanti dentro».
Fine seconda parte.
mi fa sinceramente piacere cominciare a sentire qualche verità storica ed è già un bel passo avanti che un risorgimentalista come Lei abbia parlato di «violenze e nefandezze commesse dallo Stato unitario contro il brigantaggio» ed abbia riconosciuto i «gravi errori politici commessi dal governo nazionale», quantunque, a quest’ultimo riguardo, abbia riduttivamente attribuito tali errori a chi governò l’Italia unita «specie dopo il declino della Destra storica».
Ma, prima di andare avanti ed al fine di evitare qualsivoglia equivoco, chiariamo un punto essenziale: nessuno vuole mettere in discussione l’unità d’Italia, ma le critiche mosse al risorgimento ed ai suoi artefici riguardano il modo in cui la Penisola è stata unificata. Peraltro, a metà ottocento, i tempi erano maturi e l'unità d'Italia si sarebbe fatta lo stesso, ma era necessario che avvenisse magari seguendo le idee del Gioberti o del Cattaneo. Quest’ultimo, infatti, auspicava un'Italia Federale e non l'annessione brutale al regno dei Savoia. E, senz’altro, Ella saprà che Carlo Cattaneo restò esule a Lugano per non giurare mai fedeltà ad una famiglia che aveva distrutto, per la propria brama di potere, la possibilità di costruire un paese normale, fondato sul rispetto e sulla tradizione culturale di popoli diversissimi tra loro, sulla collaborazione, sulla verità, sul coraggio delle idee e sull'ideale di costruire una vera Nazione. Non di distruggerlo per annetterlo brutalmente, come e peggio fu fatto dopo con le colonie.
Se Aurelio Saffi parlò di guerra «sciagurata ed ingloriosa, durante la quale gli Italiani del Nord e del Sud si conobbero attraverso il mirino del fucile», i dati pubblicati da G.M. de Villefranche in “Pio IX” (tradotto dal francese in italiano a cura di Francesco Cricca – Bologna – 1877) riportano che solo in dieci mesi «dal gennaio all’ottobre del 1861, si contavano nel Regno delle Due Sicilie 9.860 uomini fucilati, 40 donne e 60 ragazzi uccisi, 10.604 feriti, 918 case arse, 6 paesi bruciati, 12 chiese devastate, 1.428 Comuni insorti in armi, 13.629 imprigionati». Denis Mack Smith parla della «guerra più grave, sanguinosa e lunga del risorgimento, con un numero di morti superiore a quello di tutte le guerre del risorgimento messe insieme».
Domando: non sarebbe stata preferibile un’unificazione senza spargimento di tanto sangue fratricida?
Fine prima parte.
Da Alberto Dileone memoria storica di Santeramo e dintorni che descrive l'intolleranza del popolo di queste terre all'oppressione piemontese e prima ancora francese ...
Prima però consiglio vivamente, sempre al neonato Comitato, di partecipare il 5 Giugno a Santeramo alle conferenze e dibattiti che si terranno sia nella scuola media s. G. BOSCO che all'ITC.. e poi , semmai di assistere anche al mio spettacolo "Briganti"...parlo del Carducci ....