Mercoledì 27 Maggio 2020
   
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CONVERSAZIONE TRA AMICI. LO CHIAMAVANO DON TONINO-foto

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don tonino belloE’ un tuffo in un’atmosfera e in una dimensione completamente diverse da quelle a cui siamo solitamente abituati, partecipare ad incontri come quello tenutosi lo scorso mercoledì 15 gennaio presso il Chiostro Comunale. Merita, perciò, uno speciale ringraziamento il settore adulti dell’Azione Cattolica per la felice intuizione di organizzare, lavorando in sinergia a livello interparrocchiale, un cammino formativo molto interessante articolato in cinque tappe sul tema della giustizia.

La terza di esse, quella appunto dello scorso 15 gennaio, è stata incentrata sulla figura di don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta e Presidente nazionale di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace. Titolo di quella che a giusta ragione è stata definita non dibattito, ma conversazione è stato: “Denunciare le ingiustizie per il bene comune”.

Non un dibattito, ma una conversazione proprio come avviene fra amici che durante un incontro, chiacchierando, si ritrovano a condividere ricordi di un caro amico ormai scomparso da un ventennio, ma ancora vivo e presente nei loro cuori.

I relatori don Domenico Amato, Vicario episcopale della diocesi di Molfetta Ruvo e dal 2008 vice postulatore della causa di beatificazione di don Tonino, Guglielmo Minervini, Assessore regionale alle politiche giovanili, don Vito Piccinonna, Direttore Caritas diocesi di Bari Bitonto e il moderatore Filippo De Bellis hanno tutti conosciuto direttamente o indirettamente, attraverso racconti di amici e persone a lui vicine, il Vescovo che ormai per la gente santo è già. Eppure tutto di lui lascia intendere che la sua vita non è stata segnata da quella maestosità troppo spesso assunta da coloro che rivestono ruoli di spicco ai vertici del potere istituzionale ecclesiale o civile.

Percorreva le strade degli uomini andando a piedi, con le scarpe rotte, oppure viaggiando a bordo della sua Cinquecento priva di autista. Al collo un umile croce di legno (di ulivo per non dimenticare le sue origini pugliesi), l’appartamento episcopale sempre aperto ad accogliere i senzatetto, gli immigrati, le prostitute, gli ubriachi a qualunque ora del giorno, senza sosta, notte e dì. Per tutti era semplicemente don Tonino, l’uomo di Dio che non amava titoli né segni di potere, l’amico dell’intera umanità che non praticava esclusioni o favoritismi sia che si trovasse di fronte ai “grandi” della terra sia che fosse in presenza dei “piccoli” evangelicamente intesi, infaticabile operaio della “Chiesa del grembiule”, quella che non si rintana nel chiuso delle sacrestie, ma “mette le mani in pasta” per essere lievito che fermenta la massa.

Un uomo, insomma, dalle radici profonde ben piantate in Dio che proprio dalla relazione intima e intensa con Lui attingeva linfa vitale per nutrire la sua fede, il suo coraggio, la sua capacità di discernimento nelle scelte più difficili della vita.

Una di queste è stata il suo “sì” al mandato episcopale, un incarico rifiutato ben due volte prima della risposta definitiva. Motivo del rifiuto era il timore di essere risucchiato dal potere cedendo alle sue subdole e diaboliche seduzioni. Poi, però, intuì che quel che gli veniva proposto era una sfida al senso delle istituzioni: avrebbe potuto ricoprire un ruolo di prestigio attraversando il potere senza restarne attaccato e riportare, in tal modo, l’episcopato alla purezza evangelica semplicemente svolgendo il servizio secondo le indicazioni di Gesù: “Sapete ciò che vi ho fatto? Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. Un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato.Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica.” (Gv. 13, 12-17).

E lui ha davvero attuato e incarnato questo insegnamento a tutti i livelli, prospettando l’urgenza di impegnarsi anche in politica con spirito di autentico servizio. In tal senso essa era per lui addirittura un’arte quasi mistica, capace di elevare l’animo e condurlo oltre il sistema fino a intrecciare un rapporto di profonda comunione con la comunità. Secondo questa visione, quindi, la politica diventava per lui una delle forme più alte di servizio alla comunità.

Anch’essa, però, dal canto suo dovrebbe assumere le proprie responsabilità perché questa comunione profonda possa realizzarsi. In quale modo? Ciascuno dovrebbe esercitare quella piccola porzione di potere, di cui tutti siamo portatori, attraverso la partecipazione attiva e solidale.

Monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e attuale presidente di Pax Christi Italia di don Tonino ha detto: “Lo ricordo appassionato nella difesa della dignità di ogni persona e capace di pagare proprio lui stesso per questa passione mettendo tempo e energie”.

Così negli anni ’80 egli tuonava contro chi voleva “militarizzare” la sua terra, la Puglia, mettendovi le basi degli F16, negli anni ’90 si schierò contro l'intervento bellico nellaGuerra del Golfo manifestando un'opposizione così radicale da attirarsi l'accusa di istigare alla diserzione, nel ’92 già gravemente malato, durante la sanguinosa guerra di Bosnia, organizzò la marcia dei 500 che a piedi giunsero a Sarajevo, sotto assedio serbo già da diversi mesi e convincendo pacificamente i soldati a farli passare, consolarono le vittime di entrambe le parti, dispensarono aiuti tanto agli abitanti di Sarajevo che ai serbi.

Altro grande suo carisma era il dono della profezia, dono che gli derivava dalla costante tensione verso Dio e la storia del suo tempo, il che gli permetteva di guardare lontano. Siamo soliti pensare ai profeti biblici come coloro che denunciavano (oggi pratica assai diffusa), mentre in realtà più che denunciare essi annunciavano. L’annuncio però era accompagnato anche dalla rinuncia, ma a cosa? All’autoreferenzialità, il male dei nostri tempi che spesso paralizza le nostre comunità spingendo alla ricerca spasmodica dell’affermazione personale più che del bene collettivo. Così sentiamo spesso espressioni come “sinergia”, lavorare in rete”, ma la verità è che abbiamo smarrito la capacità di camminare insieme in quella “convivialità delle differenze” che affonda le sue radici nel mistero trinitario: uguaglianza, differenza, relazione. Siamo tutti uguali, tutti differenti, tutti in relazione, quindi ognuno ha qualcosa da dare.

Il suo carisma profetico, poi, lo portò ad essere anche uomo della speranza. Aveva intuito che la storia si stava ormai avviando verso una fase di transizione, una fase che forse ad oggi non si è ancora conclusa, eppure come è avvenuto per tutte le ere che hanno conosciuto cambiamenti radicali egli riusciva a scorgere al di là delle apparenze (tra l’altro proprio mentre il suo percorso terreno si avviava a conclusione) l’alba del nuovo giorno. Questo potremmo dire il suo testamento spirituale: ciò che stiamo vivendo non è la fine del mondo, ma la nascita di un mondo nuovo purché ognuno si impegni esercitando il potere più grande che è in lui, quello cioè di restare fedele a se stesso, alla forza morale che ha dentro di sé.

Concludo lasciando spazio alle sue parole tratte dalla splendida preghiera intitolata “La Lampara” scritta prima di lasciare Tricase:

La Lampara

Stasera, Signore, voglio pregarti per ciò che mi lascio dietro, per la mia città di Tricase,
per questa terraferma tenace,
dove fluttuano ancora... le mie vele e i miei sogni.
Ti chiedo solo tre cose. Per adesso.
Da’ a questi miei amici e fratelli la forza di osare di più.
La capacità di inventarsi.
La gioia di prendere il largo.
Il fremito di speranze nuove.
Il bisogno di sicurezze
li ha inchiodati a un mondo vecchio, che si dissolve,
così come ha inchiodato me su questo scoglio, stasera, col fardello pesante di tanti ricordi.
Da' ad essi, Signore,
la volontà decisa di rompere gli ormeggi.
Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove.
Stimola in tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca,
una fantasia più liberante,
e la gioia turbinosa dell'iniziativa
che li ponga a riparo da ogni prostituzione.
Una seconda cosa ti chiedo, Signore.
Fa' provare a questa gente che lascio
l'ebbrezza di camminare insieme.
Donale una solidarietà nuova,
una comunione profonda,
una «cospirazione» tenace.
Falle sentire che per crescere insieme
non basta tirar fuori dall'armadio del passato i ricordi splendidi e fastosi di un tempo,
ma occorre spalancare la finestra del futuro progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi
insieme.
Da soli non si cammina più!
E concedile il bisogno di alimentare questa coscienza di popolo
con l'ascolto della tua Parola.
Concedi, perciò, a questo popolo, la letizia della domenica,
il senso della festa, la gioia dell'incontro.
Liberalo dalla noia del rito,
dall'usura del cerimoniale,
dalla stanchezza delle ripetizioni.
Fa' che le tue messe siano una danza di giovinezza e concerti di campane,
una liberazione di speranze prigioniere e canti di chiesa,
il disseppellimento di attese comuni interrate nelle caverne dell'anima.
Un'ultima implorazione, Signore.
Per i poveri.
Per i malati, i vecchi, gli esclusi.
Per chi ha fame e non ha pane.
Ma anche per chi ha pane e non ha fame.
Per chi si vede sorpassare da tutti.
Per gli sfrattati, gli alcolizzati, le prostitute.
Per chi è solo. Per chi è stanco. Per chi ha ammainato le vele.
Per chi nasconde sotto il coperchio di un sorriso cisterne di dolore.
Libera i credenti, o Signore,
dal pensare che basti un gesto di carità a sanare tante sofferenze.
Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane
dal credere che sia inutile spartire il pane e la tenda, e che basterà cambiare le strutture
perché i poveri non ci siano più.
Essi li avremo sempre con noi.
Sono il segno della nostra povertà di viandanti. Sono il simbolo delle nostre delusioni.
Sono il coagulo delle nostre stanchezze. Sono il brandello delle nostre disperazioni.
Li avremo sempre con noi, anzi, dentro di noi.
Adesso, basta, o Signore: non ti voglio stancare, è già scesa la notte.
Ma laggiù, sul mare,
ancora senza vele e senza sogni,
si è accesa una lampara.

Si ringraziano Cataldo Liuzzi e Mario Di Giuseppe per il loro contributo fotografico.

Commenti  

 
#2 Chiara Loliva 2014-02-01 12:32
Il merito non è mio, Gianni, ma del settore adulti di Azione Cattolica di cui sei uno dei più attivi promotori. Ti ringrazio, quindi, perché occasioni come queste ci aiutano a guardare al futuro con più speranza...
 
 
#1 Gianni Fraccalvieri 2014-01-31 23:39
Grazie Chiara per l'articolo.
Sottolineo semplicemente un intervento di Guglielmo Minervini (amministratore pubblico)che mi ha colpito: "Il vero potere è restare fedeli a sè stessi". "Non andiamo vero l'omega ma verso l'alfa, viviamo con speranza il futuro".
 

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