
Assunta R., giovane madre di due figli, a breve lascerà Gioia, città che l’ha ospitata per alcuni anni ma non accolta offrendole la serenità e il futuro che tanto desiderava per sé e i suoi due ragazzi, un bimbo di nove anni ed un adolescente.
Ad aiutarla in questa nuova avventura, a consentirle di andare alla ricerca di “un futuro migliore”, varcando i confini della nazione, alcuni carabinieri che l’hanno sostenuta “moralmente, economicamente” forse anche psicologicamente, dandole “la forza e il coraggio di lottare” contro un destino avverso, lo stesso che l’ha portata a Gioia, dopo aver chiuso una tristissima parentesi coniugale.
Unica nota felice: due splendidi figli,
ragazzi provati dalle vicissitudini della vita che mai l’hanno colpevolizzata per scelte non sempre felici, quelle che talvolta il destino, talvolta l’ingenua fiducia nell’inseguire il sogno di un nuovo amore, finiscono con il rivelarsi un tragico errore.
Un errore ancora una volta pagato sulla pelle, in prima persona, avvelenato da amicizie false e da ipocrisie, dalla ricerca spasmodica di una fonte di lavoro e di sostentamento chiesti a tutte le istituzioni, anche a personaggi politici che non hanno esitato ad illuderla per poi amaramente voltarle le spalle.
Storia di ordinaria realtà che di fatto assume le connotazioni di un dramma quando Assunta scrive: “Nessuno dà niente per niente, quello che non ti dicono te lo fanno capire in un altro modo… Non mi vergogno di dire che sto soffrendo la fame, mi hanno sospeso l’energia elettrica, non posso usare l’auto perché non ho pagato l’assicurazione, sono
sotto sfratto…”.
Il suo “GRAZIE!” più grande va alle forze dell’ordine, le stesse cui è dovuta ricorrere per un dolo subito, “i carabinieri che ho incontrato sono persone splendide, solidali, che mi hanno aiutato davvero, verso cui io e i miei figli proviamo una immensa gratitudine!”.
Ci si chiede in una società dove si è pronti a tendere la mano agli stranieri, a chi è reietto e vive ai margini per dipendenze o altre cause, come sia possibile che una donna forte e sana, con tanta voglia di rimboccarsi le maniche per aiutare la sua famiglia, umile nelle sue richieste - un lavoro dignitoso e on
esto, null’altro - per non dover elemosinare assistenzialismo, con un solo, enorme difetto, se così vogliamo definirlo: non disposta a scendere a compromessi, debba “morire” letteralmente di fame per pagare il fitto, quando lo stesso Comune possiede beni sfitti o da “alienare” destinati da chi li donò proprio per tali usi.
E già sarebbe qualcosa!
Se poi le Caritas, i centri di ascolto, la mensa ed altre ottime realtà presenti sul territorio tendessero “la mano” anche solo per creare intorno a simili casi una rete di solidarietà e amicizia, forse i nostri “poveri italiani” non sarebbero costretti ad emigrare oltralpe.
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Commenti
Le prole di Assunta dovrebbero indignare tutti noi e sopratutto dovrebbero far riflettere e far venire come minimo qualche senso di colpa a chi avendo i mezzi e le possibilità per aiutare persone come lei che si trovano in una situazione paradossale e drammatica, essendo preposti ad aiutare i più deboli, oltre a promettere non fanno nulla.
Lodevole è l'aiuto datogli dalle singole persone che sempre più spesso si sostituiscono agli organi competenti.
Ad Assunta auguro con tutto il cuore che nel luogo dove andrà possa trovare il lavoro, e da questo anche quella serenità che davvero merita.