LA NOTTE DEL BRIGANTE, CONSENSI E POLEMICHE -foto-

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brigante-mortoUna manifestazione ben articolata e di indiscussa originalità per rievocare le gesta e la storia del Sergente Romano - personaggio di controversa fama, dapprima milite borbonico, poi brigante - che Gioia ricorda per le efferatezze commesse con i suoi uomini ai danni della Guardia nazionale piemontese e dei concittadini favorevoli all’Unità d’Italia, ma anche “uomo” innamorato della sua Lauretta ed a suo modo devoto, tanto da non separarsi mai dalla medaglietta donata da Pio IX.

Legato alla divisa cui deve il suo riscatto sociale, nel disincanto postunitario accetta di divenire strumento dei potenti dell’epoca, idolo dei renitenti alla leva e dei di_feo_maurizionostalgici del tempo che fu.

Maurizio Di Feo, artista ed “illustratore freelance” che annovera mostre nel Palazzo Ducale di Urbino, a Roma, Kyoto, Parigi e Berlino - nonché membro dell’Associazione Chompa insieme a Francesco Fiorente, direttore tecnico - ne illustra la storia in quattordici installazioni estremamente suggestive.

Disegni di dimensioni importanti in bianco, nero e sporadici intarsi rosso sangue, lì a ricordare lo spettro della morte, intorno a cui il “menestrello” Franco Spadaro, Enzo Vacca armato di chitarra e Gianna Pellicciaro di “Piccola Ribalta” brigante-musicistihanno tessuto trama e ordito di una narrazione “ridotta ai minimi termini interpretativi” per necessità tecniche e per l’assenza degli attori di Ribalta Gaia – venuti meno per motivi personali.

Sul percorso con ingresso in Largo Scarpetta un primo, magico incontro. Enrico Castellaneta, maestro burattinaio gioiese, incatena con la sua simpatia ed innata bravura grandi e piccini al “Teatrino del Brigante”. Dopo una doverosa e - a onor del vero – alquanto imparziale introduzione storica del personaggio, si apre il sipario e Errico la Morte (al secolo Pasquale Domenico Romano, detto anche “il sergente Romano”), brigante-burattinicon cappellaccio e mantello da brigante sottopone un simpaticissimo ed esilarante aspirante brigante, soprannominato “Baccalà” alle prove del caso, mentre un cane dispettoso disturba la scena. Nel finale Enrico ricorda ai bimbi quanto sia importante conoscere la storia, mostrando lo stemma borbonico, per restare uniti sotto il tricolore.

Quindi tutti ad ascoltare la storia del Sergente Romano, a suon di chitarra, tamburello, megafono e voce.

Trenta minuti di pausa (tanto dura il percorso fino all’ultima “stazione” che vede Romano steso su un brigante-cavallicarretto, ormai morto), passando attraverso Piazza Livia, tra balle di fieno e gli splendidi cavalli della “Scuderia Primavera” di Vito Palattella, su cui si inerpicano grandi e piccini per provare l’ebbrezza di una virtuale cavalcata.

Allo scoccare della mezzora si riparte con il teatrino, con altri bimbi ed un pubblico sempre più numeroso, mentre i primi spettatori sono già in via Boscia, pronti a “ristorarsi” alla taverna di Ueffilo per poi godersi sul sagrato della Chiesa Madre i Cascarea, gruppo musicale etnofolk molto coinvolgente. Paola Caterina conduce e canta, alternando vernacolo e poesia alla musica di Riccardo Caiati (basso), Giuseppe Di Bisceglie brigante-cascarea-gruppo(fisarmonica e cori), Pietro Catucci (violino), Giuseppe Mazzilli (chitarra acustica e cori), Francesco Quatela (chitarra classica), Aldo Scaringella (batteria), e Aldo Quatela (percussioni e cori).

Mentre riecheggiano i canti, alcuni avventori risalgono via Siniscalco, sulla destra alcuni stand, tra cui quello della “Librellula” con libri in tema e “Il ristoro del brigante”, dove degustare prodotti tipici.

In fondo, su un telo posizionato di fronte al Castello su casa Pastore vengono proiettate immagini dei briganti, alcune famose, altre inedite, tutte contrassegnate da un brigante-proiezionidettaglio curato da Maurizio Di Feo: il movimento. In ogni foto vi è una mano, un piede, un braccio… una scintilla di vita da cogliere a livello subliminale, tanto da dover sentire la necessità di lanciare una seconda occhiata per trovar conferma che… “eppur si muove!”

Tra gli organizzatori non citati in precedenza il supervisore Elisabetta Antonacci e alle pubbliche relazioni Teresa Angiola e Vincenzo Donvito.

Sulla brochure, anch’essa originale sia nella grafica che nei contenuti, solo disegni (alcuni da “wanted western”), cornici, pagine ingiallite dal tempo e gli indispensabili brigante-proiezione-brigantcoloratissimi sponsor.

A rendere ancor più preziosi i contenuti, una introduzione storica curata da Pino Dentico, già assessore alla Cultura, costellata di brani tratti da Oscar de Poli e Giuseppe Massari, di cui riportiamo alcuni incisi.

Codesto brigante non era così abietto come gli altri, aveva coraggio e difatti morì combattendo; nella sua indole era uno strano miscuglio di bieco fanatismo e di rozza pietà, né la consuetudine del delitto gli aveva soffocato ogni senso di onestà; un qualche spiraglio di luce rischiava talvolta l'oscurità della sua coscienza, e componeva l'animo suo alla invincibile melanconia del rimorso.”

brigante-pubblico-stazione“A dispetto delle pagine scritte nel corso degli anni, soprattutto gli ultimi – afferma Dentico - appare forse questo, seppur nella sua rapidità, il ritratto più onesto ed equilibrato del Sergente Romano. Lo traccia Giuseppe Massari, il parlamentare nostro conterraneo, che sul fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali fu relatore alla Camera nel 1863, a chiusura dei lavori dell'apposita Commissione d'inchiesta. […] Fra luci e ombre, di stazione in stazione […] il tragico percorso, impetuoso e veloce come i cavalli dei briganti, che conduce al bosco di Vallata. Via Crucis, comunque, per tutti, popolani e galantuomini. Senza pretesa di approfondimenti storici che non ci competono e brigante-bimbistriderebbero palesemente con l’iniziativa che proponiamo, senza facili demonizzazioni da tempo dimostratesi infondate. Rifuggendo, soprattutto, dalla tentazione di una celebrazione fatua ed improbabile di uomini, gesta e teste senza più corona, come purtroppo, recentemente, ci è capitato di registrare. E’ una notte, dunque, quella del Brigante, misera e tetra, eppure squarciata da bagliori, vivida di slanci, fervida di umili generosità”.

Il sindaco Piero Longo, nel suo saluto, ringrazia Dentico e ne ricorda l’impegno nelle passate legislature, poi augura a Filippo Gallo, consigliere delegato al turismo, di far crescere questa manifestazione portandola al livello della Grancia.

Le foto inserite nell'articolo e nella gallery sono opera di Mario Di Giuseppe che si ringrazia per la collaborazione.

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Di seguito le quattordici installazioni di Maurizio Di Feo corredate dalle note storiche - alla cui stesura ha collaborato Pino Dentico attraverso una accurata ricerca storico-bibliografica – che avrebbero dovuto recitare gli attori di Filippo Masi e per i motivi su citati non “interpretate” da Spadaro e Vacca.maurizio_di_feo_immagini_web_Page_01

Le 14 stazioni del Sergente

1- IL SERGENTE ROMANO

Nasce da Giuseppe e da Concetta Lorusso, semplici pastori. A soli 17 anni si arruola nelle truppe dell’esercito borbonico, dove ben presto raggiunge il grado di sergente.

Con l’Unità d’Italia e lo scioglimento dell’esercito borbonico si fa brigante e si mette a capo degli “Sbandati”, che diventeranno centinaia dopo il fallito assalto a Gioia.

Il comitato clandestino borbonico di Gioia, ancor prima, lo ha nominato comandante.

Da quel giorno per tutti è “Errico la Morte”.maurizio_di_feo_immagini_web_Page_02

2-LO SCIOGLIMENTO DELL’ESERCITO BORBONICO E COMITATI LEGITTIMISTI

Disciolto l'Esercito del Regno delle Due Sicilie, Romano da un giorno all’altro si trova senza paga, senza divisa e senza futuro, ma non si da per vinto: diviene in breve tempo comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle. Tuttavia, avvertendo il tempo che stringe, la gravità della situazione e mal sopportando l'inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandona i "salotti" e passa senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra contro i piemontesi. Nel giro di qualche settimana costituisce una prima banda formata esclusivamente da militari del disciolto Esercito Borbonico.

3-ASSALTO A GIOIA – LA GUERRA CIVILEmaurizio_di_feo_immagini_web_Page_03

All’indomani dell’Unità d’Italia, il 28 luglio del 1861,- è una domenica - Gioia paga un durissimo tributo al nuovo Stato Unitario, una cruenta sommossa popolare sobillata dal partito filo - borbonico insanguina le strade e i vicoli del nostro paese, una vera e propria guerra civile.

In quel funesto giorno, Gioia diventa teatro di una lotta fratricida:

Si narra che in paese, era appena terminata la “Messa grande” nella Chiesa Madre, quando si udirono scariche di fucili, i popolani annunciavano : “Mò arrivano gli sbandati!”.

Questi guidati dal sergente Romano e dal caporale Ferrante, in numero di trenta e armati di fucili, revolver sciabole e scuri,  fecero ingresso nel borgo di San Vito; si agitavano drappi di colore bianco e si gridava:

“Viva Francesco II, abbasso Vittorio Emanuele!”.maurizio_di_feo_immagini_web_Page_04

Si invitava il popolo a uscire dalle proprie abitazioni :”Armatevi! Armatevi con le falci!”, la notizia della irruzione si diffuse rapidamente  nell’intero paese…

Si urlava: “Accorrete al sacco e al fuoco! Oggi è tempo figliuoli! Uscite a saccheggiare, coraggio! Dobbiamo spianare tutta la pianta  dei Nazionali! Armiamoci, dobbiamo andare al Corpo di Guardia, Avanti!

(Tratto dalla narrazione di M. Guagnano “Il Sergente Romano”)

4-PANE E SANGUE

In quelle ore, come in tutte le guerre che si rispettino, molti sono stati gli episodi cruenti: tra questi viene ricordata l’orrenda fine dell’ex garibaldino Vincenzo Pavone, rimasto nel borgo per difendere l’incolumità della moglie: l’uomo fu ucciso a bruciapelo con diverse fucilate e il suo corpo fu sottoposto a brutali insulti. Una donna affondò un pezzo di pane nel sangue della vittima, cibandosene davanti alla folla impazzita; ne seguì un’altra che intinse le sue dita in quella pozza di sangue, forbendosi le labbra.

5-IL BAMBINO MARTIRE

L’episodio più efferato e toccante è quello di Federico Stasi. Il piccolo, di ritorno dallamaurizio_di_feo_immagini_web_Page_05 casa del nonno nei pressi del borgo di San Vito, si dirigeva alla casa della madre che lo aspettava ansiosa nel borgo San Francesco. Il bambino, ingenuamente, indossava un berettino della guardia nazionale, appartenente ad uno dei suoi fratelli. Uno sbandato lo avvicinò e tenendolo per mano gli chiese: “Chi vuoi per Re Francesco II o Vittorio Emanuele?

Il poverino nella sua ingenuità rispose fieramente “Vittorio Emanuele!”

A tale affermazione, codesti sbandati persero completamente la ragione e colpirono con bastoni e scure il piccolo. Il bambino dopo una terribile agonia, spirò, dopo alcune ore nelle braccia di un soldato piemontese.

6-FUCILAZIONE AL CIMITERO

Altrettanto dura è stata la repressione da parte dei Nazionali: in numero maggiore e meglio attrezzati, riuscirono, dopo ore di combattimento ad avere ragione sugli insorti. Con grande vigore occuparono il borgo e misero i rivoltosi in fuga….chiunque fosse sospettato di appartenere al movimento borbonico, veniva passato per le armi, senza processo!maurizio_di_feo_immagini_web_Page_06

Difficile fare un bilancio delle vittime, così come difficile è descrivere le modalità dell’esecuzione dei rivoltosi, per la chiara unilateralità dei rapporti e resoconti stesi dai militari e dalle autorità del tempo.

A Gioia in quei giorni il potere dell’autorità giudiziaria fu completamente ignorato, gestito da un comitato di guerra, che la sera del 28 luglio si improvvisò in spietato tribunale. Probabilmente non sapremo mai la verità su quello che accadde realmente in quella notte nel Borgo di San Vito, ma la battaglia delle due opposte fazioni, oltre ad avere due vessilli nemici, fu l’occasione per un regolamento di conti tra famiglie e individui che si erano sempre odiati. Di certo si sa che a seguito di giudizi sommari, le condanne emesse nei confronti dei rivoltosi vennero subito eseguite nei pressi del vecchio cimitero maurizio_di_feo_immagini_web_Page_07civico mediante fucilazione.

7-LA FUGA DEL SERGENTE ROMANO

Il sergente pur braccato dalla Guardia nazionale, riesce a sfuggire alla cattura e accompagnato dal Ferrante, abbandona il suo paese natio al grido: ”Gioiesi traditori!”

Ferito ad un braccio e ad una gamba, si rifugia in una grotta tufacea, posta nelle vicinanze della strada per Acquaviva, trascorrendo così quella fatidica notte.

Alla delusione per la sconfitta si aggiunge il dolore per la morte del fratello Domenico, ucciso negli scontri.

Nell’estate successiva, ripresosi dalle ferite e dallo scacco di Gioia, viene designato dai comitati reazionari di Roma comandante della controrivoluzione borbonica in Puglia.maurizio_di_feo_immagini_web_Page_08

Per tutto il 1862, la sua sincera battaglia politica fa scricchiolare gli esiti dell’Unità italiana, con azioni clamorose condotte soprattutto nel Salento.

8-LA BANDA DEL ROMANO

Nonostante, la banda del Romano, non avesse i mezzi dei nazionali, “[…] e pur degna di nota la sua estrema mobilita: esperti nella topografia, occulti, irreperibili, mobilissimi, scorazzando sugli agili cavalli, trascorrono con incredibile rapidità dall’uno all’altro luogo: ora si raccolgono in una sola densa masnada, ora si frazionano e si disperdono per sinuosi avvolgimenti, in esigui manipoli, volteggianti al tergo, ai fianchi, di fronti ai nostri militi. In tal guisa disorientano l’avversario ed eludono con insuperata maestria le ansie persecutrici della truppa, che attraverso impenetrabili fratte, impervidi rupi ed ignoti sentieri persegue il fantastico nemico, dissipando le più salde energie in una lotta ingrata e fratricida”.maurizio_di_feo_immagini_web_Page_09

(Archivio provinciale di Bari, processi penali di Corte d’Assise)

9-BOSCHI A CAVALmaurizio_di_feo_immagini_web_Page_10LO

10-RITORNO ALL’AZIONE

Le azioni di guerra fulminee e imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l’alto senso dell’onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l’assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l’eroe che difendeva gli oppressi, il partigiano imprendibile e coraggioso, la volpe dei monti e dei boschi, il brigante degno dell’ammirazione delle popolazioni meridionali.

11-IL CULTOmaurizio_di_feo_immagini_web_Page_11

Grande era la sua devozione per la Madonna del Carmine! Testimonianza del liberale Vitantonio Donadeo, che ebbe salva la vita per uno strano accidente.

12-LAURETTA AMATA

Oltre il suo sentimento religioso e la precarietà della sua condizione di fuorilegge c’è in Romano la passione per la giovane Lauretta D’Onghia, coinvolta  nel suo destino di “Sbandato” .

Trascinato in un’impresa più grande di lui, Pasquale soffre lontano dalla sua amata.

L’unica cosa che lo fa andare avanti con la prospettiva di una vita normale, è la sua ferma convinzione che un giorno il suo Re tornerà sul trono.

Tra i vari documenti ritrovati  dai militari, sul cadavere del Romano, c’è una lettera che il Sergente avrebbe voluto spedire alla sua fidanzata; il suo contenuto costituisce una testimonianza esemplare della nobiltà d’animo del Romano, protagonista di una tragedia che nel 1860 travolse tantissimi giovani del Sud.

Mia gentilissima Lauretta,maurizio_di_feo_immagini_web_Page_12

Mi affretto dirigerti questi pochi richi annunziandoti la mia buona salute, come quella appunto ch’io desidera dell’intiera, tua famiglia, ma con particolarità la tua, prediletta dell’anima mia la tua lontananza mi sento struggere il cuore giorni per giorni, ma quello che alquanto tranquillizza il mio spirito è quello ch’io ben conosco quale e quante preghiere voi rivolgete all’altissimo per me, onde liberarmi da questo infame cimento locche spesso mi rattrista.

Solo posso assicurarvi prediletta del mio afflitto cuore, che non appena sentiremo la novella di esser nel Trono il nostro Re noi tutti saremo liberi, ed io a volo mi affretterò ad abbracciarti per quindi sposarti , se il Cielo lo permette.

Io non posso più prolungarmi per non affliggervi di vantaggio, ma sottoponetelo che voi starete fissa nel mio cuore sempre scolpita con caratteri intellebili espresso ognor_Con mio profondo rispetto bacio le mani a tuo padre e tua madre, ossequia i tuoi fratelli, e a voi più volte vi stringo al mio seno_

maurizio_di_feo_immagini_web_Page_1313-L’ULTIMA BATTAGLIA

Ormai il Sergente Romano era diventato un mito, la sua fama aveva raggiunto ogni angolo della regione, ovunque lasciava simboli borbonici, con la crescita della sua fama crebbe anche la tenacia e la determinazione della guardia nazionale nel voler stanare definitivamente la banda di Errico la Morte.

Sapendo di aver addosso tutte le truppe della zona il sergente a notte fonda si spostò nel bosco di vallata presso Gioia Del Colle, nello stesso posto laddove nel 1861 erano partite le sue prime incursioni.

Questo suo spostamento fu intercettato e nel giro di qualche ora, il bosco fu circondato da un intero reparto di cavalleggeri di Saluzzo e da un plotone di guardie nazionali accorse in forza da Gioia del Colle.

Il sergente Romano e i suoi uomini non poterono evitare l’accerchiamento del conseguente scontro a fuoco. Uno alla volta i borbonici caddero sotto i colpi della soverchiante truppa nemica.

Il romano circondato dai militi piemontesi si batté con forza sovraumana, fino a quando coperto di sangue e ferito al grido di “Evviva il Re”, cadde gloriosamente, il 6 gennaio 1863.

Alla sua morte i suoi uomini smisero di combattere.maurizio_di_feo_immagini_web_Page_14

14-IL CARRO FUNEBRE

Il corpo del partigiano fu miseramente spogliato della divisa borbonica e issato come una preda ad un palo sopra un carretto, fu portato a Gioia del Colle in Via della Candelora, dove rimase esposto per una settimana; nonostante ciò la popolazione non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia.

Tutti gli abitanti del paese vollero contemplare un’ultima volta questi resti irriconoscibili del’eroico brigante; si veniva là come ad un pellegrinaggio santificato dal martirio; gli uomini si scoprivano il capo, le donne si inginocchiavano, quasi tutti piangevano.”