È da ormai secoli che l’uomo mira al progresso economico detraendo ricchezze al proprio territorio.
Gli insediamenti umani continuano ad espandersi giorno dopo giorno occupando, devastando e calpestando aree del pianeta che invece dovrebbero restare incontaminate. L’uomo distrugge le foreste, inquina i mari e costruisce impianti industriali che rilasciano annualmente nell’atmosfera quantità enormi di anidride carbonica e altri gas tossici e letali.
Sono molteplici i motivi per cui, un giorno non troppo
lontano, tutto questo gli si ritorcerà contro, e con tragiche conseguenze: interi paesi resi inospitali e inabitabili dai disastri ambientali, terribili siccità o inondazioni, terremoti, piogge acide e uragani, avanzata dei deserti e cambiamenti climatici devastanti e radicali saranno le catastrofi che l’uomo dovrà affrontare con rischi sempre più alti.
Probabilmente, però, siamo ancora in tempo per salvare noi stessi e il
nostro pianeta, nonostante l’innovazione di fonti di ricchezza ed energia alternative e il processo di ripristino dei territori distrutti richiedano tempi lunghissimi. Per favorire e sostenere la preservazione di boschi e polmoni verdi gravemente a rischio, il 2011 è stato proclamato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite “Anno Internazionale delle Foreste”.
Le foreste sono le più grandi risorse di ossigeno nel pianeta e la loro distruzione, legata alla produzione e all’esportazione di legname e alla costruzione di infrastrutture, determina la perdita di questo gas indispensabile per la vita organica, ed espone inoltre il territorio all’impoverimento del terreno e al pericolo di frane. Inoltre l
a deforestazione causa l’estinzione di centinaia di specie animali e vegetali che, a differenza dell’uomo, possono vivere esclusivamente in un determinato habitat. Basti pensare all’infinità di specie estinte in seguito alla deforestazione in Amazzonia, dove è presente il più grande polmone verde del pianeta, annientato dalla costruzione di un’estesa rete di autostrade, la Transamazzonica.
Oltre che allo sfruttamento dei territori, queste politiche di distruzione portano anche alcuni popoli ad imporsi su di altri, come avviene spesso per le piccole popolazioni che abitano i territori oggetto di devastazione.
Si potrebbe quindi giungere alla conclusione che in confronto ai rischi a cui l’umanità è esposta, nessun interesse economico potrebbe essere una buona ragione per incentivare i processi di deforestazione, e di questo bisognerebbe rendersi conto prima che le peggiori conseguenze vengano in super
ficie.
Le stime del tutto positive che riconoscono il 2011 come anno di tutela ambientale non farebbero che sostenere le politiche a favore dell’ambiente offrendo al mondo un motivo in più per avere fede nei cambiamenti, se non fosse che quest’anno sia avvenuta una devastante tragedia ambientale in Giappone.
Situato in un’area particolarmente esposta ai rischi sismici, il paese è stato colpito l’11 marzo da un forte terremoto, collocato dagli esp
erti al quinto posto tra le scosse più gravi e spaventose della storia. Più tardi al sisma, che è stato fortunatamente gestito dalla popolazione con straordinaria maestria, si sono aggiunti il maremoto e gli incidenti nucleari di Fukushima Daini e Fukushima Daichi.
L’insieme di calamità naturali che si sono concentrate e susseguite nel territorio giapponese mette alla luce le conseguenze dello sfruttamento ambientale.
Quella condotta dall’uomo, allora, è proprio una sfida alla natura che dovrebbe essere sabotata il prima possibile e senza esitazioni.
snow010 (Medie Superiori )
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